In foto lo splendido borgo di Sant’ Agata dei Goti, in provincia di Benevento.

Sant' Agata dei Goti.
In foto lo splendido borgo di Sant’ Agata dei Goti, in provincia di Benevento.

Sant' Agata dei Goti.
Le Processioni del Venerdì Santo in Penisola Sorrentina sono un appuntamento di grande intensità e suggestione nel panorama dei riti pasquali in Campania.
Insieme alle celebrazioni della Settimana Santa di Procida, le processioni che si svolgono in penisola presentano tanto al visitatore esterno, quanto al fedele un insieme di elementi eterogenei, che fondono intensa devozione religiosa, tradizione secolare e folklore locale in riti di origine antica.
Sono almeno una ventina le processioni che si svolgono in penisola sorrentina, tra la notte del giovedì e del venerdì , ognuna organizzata da una diversa confraternita. Queste si svolgono nei diversi comuni sorrentini, attraversando molte delle più note strade della penisola: chi si trova in quei posti durante la settimana santa non potrà non notare i cortei che si svolgono a Massa Lubrense o a Piano di Sorrento, Sant’Agnello o Meta di Sorrento.
Le più note sono comunque le due che si svolgono a Sorrento, ossia la processione dell’Addolorata organizzata dalla Venerabile Arciconfraternita di Santa Monica e la processione del Cristo Morto organizzata dalla Venerabile Arciconfraternita della Morte.
La processione dell’Addolorata, detta anche della “Visita ai Sepolcri“, si svolge a Sorrento nel cuore della notte tra il il Giovedì ed il Venerdi Santo (il rientro in chiesa avviene sempre tra le cinque e le sei del mattino).
I confratelli sono vestiti con un saio bianco (“processione bianca“) col capo ed il viso coperti da un cappuccio. Nella processione vengono portati la statua della Madonna Addolorata ed i simboli del martirio di Gesù.
La processione del Cristo Morto si svolge a Sorrento la sera del Venerdì Santo ed è una delle processioni più antiche d’Italia.
La processione rievoca il trasporto del Cristo Morto, rappresentato da una splendida statua lignea portata in corteo.
I partecipanti indossano un saio nero (“processione nera“) ed hanno sempre il volto nascosto da un cappuccio.
Che spettacolo visitare l’isola di Procida ornata da tante bandierine colorate!

Isola di Procida.

Isola di Procida.
Dire “oggi pizza“, significa anche perdersi nell’infinita varietà di gusti; eccone alcune tra le più note, fotografate prima di essere gustate!
La base di queste pizze è la margherita (ossia pomodoro mozzarella e basilico) alla quale vengono aggiunti vari ingredienti, malanzane nella prima perciò detta siciliana, prosciutto e funghi nella seconda ed in ultimo la salamino cucinata con una manciata di gustoso salame piccante e talvolta aggiunta di salsa piccante, per i più esigenti 🙂
non mi resta che augurarvi una succulenta ammirazione per queste opere d’arte culinaria!

Pizza alla siciliana

Pizza margherita prosciutto e funghi

Pizza margherita con salame piccante

La treccia di pizza con salsicce, friarielli e mozzarella
Difficile, se non impossibile, scrivere un articolo mentre ad accompagnarlo c’è una foto come questa, soprattutto se poi la cena è stata un tantino leggerina, nella (vana) speranza di smaltire i chili delle feste natalizie. Una foto che sembra parlare…, anzi, profumare di salsiccia napoletana, friarielli e provola che sono gli insoliti, ma gustosi, ingredienti di questo ripieno dal sapore tutto partenopeo.
Ringraziamo, per averci spedito la ricetta e le foto, donna Elisabetta, una ricercatrice napoletana che tra una soluzione in provetta ed un vetrino osservato al microscopio del suo laboratorio, riesce a concepire queste delizie…da nobel!
La ricetta ed una dettagliata sequenza fotografica la trovate qui:
Alcune osservazioni:
E’ un vero piacere ritrovarsi a Bagnoli, quartiere del comune di Napoli, ed osservare il bellissimo panorama sulla baia di Pozzuoli.

Bagnoli, Napoli
Uno dei miti più belli del mondo classico è quello di Orfeo ed Euridice. Di Orfeo si narra che fosse figlio della musa Calliope, e quindi poeta a sua volta di tale bravura da riuscire col canto a muovere le pietre e ad ammansire gli animali feroci. La sua esistenza fu tuttavia funestata dalla morte disgraziata della sua amata Euridice, morsa da un serpente mentre fuggiva dalle insidie di Aristeo. Ma come in una vera fiaba in cui il vero amore non teme nulla, così Orfeo scese nell’Ade per riprendersi la sua donna e forte del proprio canto mosse a pietà gli dei inferi che vennero meno ad una legge implacabile, concedendo al poeta di riportarsi la sua Euridice. Ma c’è tuttavia un patto fatale che fu imposto ad Orfeo di rispettare: nel lungo viaggio dal buio alla luce, egli non avrebbe mai dovuto voltarsi indietro a guardare in volto la sua donna. Così Poliziano, nella sua Fabula di Orfeo, scriveva: “Io te la rendo, ma con queste leggi: che lei ti segua per la ceca via ma che tu mai la sua faccia non veggi, finché tra i vivi pervenuta sia!”. Tuttavia l’amore è coraggioso, quanto impaziente e precipitoso, per cui Orfeo, sopraggiunto alle soglie dell’aldilà, varcata la porta che divide il mondo dei morti da quello dei vivi, avvolto dalla luce, si girò in cerca della sua donna, ma Euridice, forse rallentata dalla ferita provocata dal serpente, non aveva fatto in tempo a superare quel confine e scomparve nel buio di nuovo e Orfeo riperse la sua donna, questa volta per sempre.
Quando ascoltai per la prima volta questo mito ne fui colpita e commossa. Cercando notizie, scoprii che molti artisti avevano subito il fascino di questa storia e ne avevano tratto ispirazione per nuove creazioni, nella poesia, nell’arte, perfino nella musica, come testimonia il dolcissimo e indimenticabile Orfeo ed Euridice di Gluck. Tuttavia l’interpretazione per me più intensa e suggestiva del profondo dolore e sconforto per la separazione fra i due amanti è suggellata nello stupendo rilievo in marmo visibile al Museo archeologico di Napoli, dove perfino il volto di Ermes che deve scortare Euridice sembra velato dalla tristezza e dalla pietà. Perché l’amore, per uomini e dei, è la più grande e rispettabile delle passioni.
Tempo decisamente grigio che non valorizza il panorama, a picco sul mare, che si estende dal Castello di Baia, visitato questa mattina.

Panorama dal Castello di Baia
In lontananza e perso nella foschia il golfo di Pozzuoli con il Rione Terra e Nisida sulla destra.

Panorama dal Castello di Baia
Ma la storia ha soprattutto un passato ed i colori della memoria che non cancellano chi siamo stati: ecco alcuni ruderi.

Ruderi, Castello di Baia.
Molto interessante è la nuova antologia proposta dell’editore Colonnese, appena uscita nelle librerie.
“In viaggio. Passaggi letterari su ferro e su gomma” è una raccolta di otto racconti che hanno come tema il viaggio attraverso Napoli e la Campania con tutti i suoi mezzi di trasporto, dal recentissimo Metrò dell’Arte, ancora in costruzione, fino alle antiche funicolari del secolo scorso.
Gli otto autori Maurizio Braucci, Dominique Fernandez, Serena Gaudino, Antonio Ghirelli, Björn Larsson, Claudio Mattone, Fabrizia Ramondino e Tiziano Scarpa, sono napoletani, veneziani, francesi, svedesi, dunque diverse culture, diversi punti di vista tutti però invitati a confrontarsi col tema del viaggio all’ombra del Vesuvio, raccontando Napoli e la Campania vista dai finestrini di treni, taxi, metropolitane e funicolari.
Il libro ed è accompagnato dal DVD “In Viaggio, in Video” realizzato da Rosario Gallone, con musiche di Marco Zurzolo e testimonianze di Lucio Allocca, Mario Porfito, Monica Sarnelli, Gino Rivieccio.
Il volume è inoltre arricchito dalle 21 fotografie di Massimo Cacciapuoti.
In viaggio. Passaggi letterari su ferro e su gomma
pp. 120, con 21 fotogr. a colori e in b.n., con DVD (20′), 2009, Editore Colonnese – Collana Passaggi

Certosa di San Martino
Splendido esempio dell’arte napoletana seicentesca, il Chiostro Grande della Certosa di San Martino è caratterizzato da colonne di ordine dorico-toscano, dal cimiterino dei monaci certosini, dalle statue del loggiato, dai busti dei santi certosini sui portali, dal finto pozzo nel centro e da numerosi alberi da frutto.<!– –>
[ foto by Massim.- Photoblues ]
Quel che resta dell’Ilva, il gigante siderurgico che ebbe i natali a Bagnoli, quartiere di Napoli ai piedi della collina di Posillipo di fronte al golfo di Pozzuoli.

Italsider di Bagnoli. Napoli
I friarielli sono la variante napoletana dei broccoletti, anche detti cime di rapa. E’ una verdura tipicamente invernale, dal sapore amarognolo e dai molteplici usi in cucina. Io la mangio spesso come contorno, essendo molto ricca di vitamina C, ma può essere anche abbinata alla pasta o alla pizza.
La ricetta tradizionale prevede innanzitutto un lavoro attento di capatura, per eliminare la parte dura della pianta e lasciare solo le foglie morbide e le cime. Dopo un’abbondante lavata si lascia sgocciolare la verdura pulita, mentre in un tegame ampio si soffrigge l’aglio con l’olio e il peperoncino. Una volta imbiondito (non bruciato) l’aglio, si aggiunge la verdura, si sala e si copre con coperchio, per far sì che le foglie si ammorbidiscano. Si lascia cuocere a fuoco moderato, rigirando spesso la verdura. Si ultima la cottura senza il coperchio, per far asciugare l’acqua che la verdura elimina man mano che appassisce. Ricordatevi di sentire sempre in ultimo il sale. Io infatti non esagero mai all’inizio della cottura, perché la verdura cuocendo si riduce di dimensione e si potrebbe esagerare nel salare.
I friarielli sono un ottimo contorno per la salsiccia e la carne in generale. Sulla pizza poi… provare per credere. Se volete provarli sulla pizza però, ricordate di asciugare bene la verdura, riponetela sulla pasta da pizza facendone uno strato compatto, poi aggiungete la salsiccia sbriciolata e se vi piace la mozzarella a pezzetti. Ah! Buon appetito.
Qui ci trovate una delle ricette possibili:

Procida
In Campania la Settimana Santa è celebrata ovunque con suggestive processioni e riti di antica tradizione. Si pensi ad esempio alle Processioni del Venerdì Santo che si svolgono nella penisola sorrentina.
Meno conosciuti, ma altrettanto suggestivi sono i riti della Settimana Santa di Procida, senza dubbio tra quelli più coinvolgenti e sentiti dalla popolazione, infatti vi partecipa almeno un terzo degli abitanti dell’isola.
La settimana comincia con la Domenica delle Palme, con i fedeli che si recano in chiesa con un rametto di ulivo che sarà poi benedetto dal parroco. Dopo la messa, il sacerdote conduce una processione e nel pomeriggio ci si reca al cimitero per portare ai defunti i rametti benedetti.
Il giovedì c’è la processione degli Apostoli incappucciati. I confratelli del Santissimo Sacramento, dopo il rito della Lavanda dei Piedi, si incappucciano e con una croce sulle spalle ed una corona di spine sulla testa, vanno in processione scortati da un centurione romano.
Il venerdì si svolge quella che è una delle più antiche tradizioni di Procida, la Processione del Venerdì Santo che risale addirittura al Seicento, con il corteo dei carri allegorici dei Misteri, che precedono le statue del Cristo Morto e dell’Addolorata, il baldacchino funebre e la banda musicale. Molto suggestivi sono proprio i Misteri, che sono rappresentazioni plastiche di scene dal Vecchio Testamento e dal Vangelo, realizzati artigianalmente ogni anno dai procidani.
Per approfondire: