La treccia di pizza con salsicce, friarielli e mozzarella

La treccia di pizza con salsicce, friarielli e mozzarella

Difficile, se non impossibile, scrivere un articolo mentre ad accompagnarlo c’è una foto come questa, soprattutto se poi la cena è stata un tantino leggerina, nella (vana) speranza di smaltire i chili delle feste natalizie. Una foto che sembra parlare…, anzi, profumare di salsiccia napoletana, friarielli e provola che sono gli insoliti, ma gustosi, ingredienti di questo ripieno dal sapore tutto partenopeo.
Ringraziamo, per averci spedito la ricetta e le foto, donna Elisabetta, una ricercatrice napoletana che tra una soluzione in provetta ed un vetrino osservato al microscopio del suo laboratorio, riesce a concepire queste delizie…da nobel!

La ricetta ed una dettagliata sequenza fotografica la trovate qui:

Alcune osservazioni:

  • E’ difficile trovare i friarielli lontano da Napoli. In alternativa si potrebbero usare i broccoletti o le cime di rapa (secondo come vengono chiamati nelle varie regioni italiane), anche se poi viene a mancare quel gusto unico amarognolo tipico dei friarielli.
  • Nel ripieno si può usare tanto la provola quanto la mozzarella (io preferisco la provola, ma anche questa è difficile da trovare lontano da Napoli)
  • La treccia potrebbe essere usata anche per accogliere altri ripieni, come ad esempio provola e peperoni rosolati in padella.

Orfeo ed Euridice

Uno dei miti più belli del mondo classico è quello di Orfeo ed Euridice. Di Orfeo si narra che fosse figlio della musa Calliope, e quindi poeta a sua volta di tale bravura da riuscire col canto a muovere le pietre e ad ammansire gli animali feroci. La sua esistenza fu tuttavia funestata dalla morte disgraziata della sua amata Euridice, morsa da un serpente mentre fuggiva dalle insidie di Aristeo. Ma come in una vera fiaba in cui il vero amore non teme nulla, così Orfeo scese nell’Ade per riprendersi la sua donna e forte del proprio canto mosse a pietà gli dei inferi che vennero meno ad una legge implacabile, concedendo al poeta di riportarsi la sua Euridice. Ma c’è tuttavia un patto fatale che fu imposto ad Orfeo di rispettare: nel lungo viaggio dal buio alla luce, egli non avrebbe mai dovuto voltarsi indietro a guardare in volto la sua donna. Così Poliziano, nella sua Fabula di Orfeo, scriveva: “Io te la rendo, ma con queste leggi: che lei ti segua per la ceca via ma che tu mai la sua faccia non veggi, finché tra i vivi pervenuta sia!”. Tuttavia l’amore è coraggioso, quanto impaziente e precipitoso, per cui Orfeo, sopraggiunto alle soglie dell’aldilà, varcata la porta che divide il mondo dei morti da quello dei vivi, avvolto dalla luce, si girò in cerca della sua donna, ma Euridice, forse rallentata dalla ferita provocata dal serpente, non aveva fatto in tempo a superare quel confine  e scomparve nel buio di nuovo e Orfeo riperse la sua donna, questa volta per sempre.

Quando ascoltai per la prima volta questo mito ne fui colpita e commossa. Cercando notizie, scoprii che molti artisti avevano subito il fascino di questa storia e ne avevano tratto ispirazione per nuove creazioni, nella poesia, nell’arte, perfino nella musica, come testimonia il dolcissimo e indimenticabile Orfeo ed Euridice di Gluck. Tuttavia l’interpretazione per me più intensa e suggestiva del profondo dolore e sconforto per la separazione fra i due amanti è suggellata nello stupendo rilievo in marmo visibile al Museo archeologico di Napoli, dove perfino il volto di Ermes che deve scortare Euridice sembra velato dalla tristezza e dalla pietà. Perché l’amore, per uomini e dei, è la più grande e rispettabile delle passioni.

Panorama dal Castello di Baia

Tempo decisamente grigio che non valorizza il panorama, a picco sul mare,  che si estende dal Castello di Baia, visitato questa mattina.

Panorama dal Castello di Baia

Panorama dal Castello di Baia

In lontananza e perso nella foschia il golfo di Pozzuoli con il Rione Terra e Nisida sulla destra.

Panorama dal Castello di Baia

Panorama dal Castello di Baia

Ma la storia ha soprattutto un passato ed i colori della memoria che non cancellano chi siamo stati: ecco alcuni ruderi.

Ruderi, Castello di Baia.

Ruderi, Castello di Baia.

In viaggio. Passaggi letterari su ferro e su gomma

Molto interessante è la nuova antologia proposta dell’editore Colonnese, appena uscita nelle librerie.

“In viaggio. Passaggi letterari su ferro e su gomma” è una raccolta di otto racconti che hanno come tema il  viaggio attraverso Napoli e la Campania con tutti i suoi mezzi di trasporto, dal recentissimo Metrò dell’Arte, ancora in costruzione, fino alle antiche funicolari del secolo scorso.

Gli otto autori Maurizio Braucci, Dominique Fernandez, Serena Gaudino, Antonio Ghirelli, Björn Larsson, Claudio Mattone, Fabrizia Ramondino e Tiziano Scarpa, sono napoletani, veneziani, francesi, svedesi, dunque diverse culture, diversi punti di vista tutti però invitati a confrontarsi col tema del viaggio all’ombra del Vesuvio, raccontando Napoli e la Campania vista dai finestrini di treni, taxi, metropolitane e funicolari.

Il libro ed è accompagnato dal DVD  “In Viaggio, in Video” realizzato da Rosario Gallone, con musiche di Marco Zurzolo e  testimonianze di Lucio Allocca, Mario Porfito, Monica Sarnelli, Gino Rivieccio.

Il volume è inoltre arricchito dalle 21 fotografie di Massimo Cacciapuoti.

In viaggio. Passaggi letterari su ferro e su gomma. Con DVD

In viaggio

In viaggio. Passaggi letterari su ferro e su gomma
pp. 120, con 21 fotogr. a colori e in b.n., con DVD (20′), 2009, Editore Colonnese – Collana Passaggi

Maggiori informazioni – Ordina il libro online

Il Chiostro Grande

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 Certosa di San Martino

Splendido esempio dell’arte napoletana seicentesca, il Chiostro Grande della Certosa di San Martino è caratterizzato da colonne di ordine dorico-toscano, dal cimiterino dei monaci certosini, dalle statue del loggiato, dai busti dei santi certosini sui portali, dal finto pozzo nel centro e da numerosi alberi da frutto.<!– –>

[ foto by Massim.- Photoblues ]

Friarielli

I friarielli sono la variante napoletana dei broccoletti, anche detti cime di rapa. E’ una verdura tipicamente invernale, dal sapore amarognolo e dai molteplici usi in cucina. Io la mangio spesso come contorno, essendo molto ricca di vitamina C, ma può essere anche abbinata alla pasta o alla pizza.

La ricetta tradizionale prevede innanzitutto un lavoro attento di capatura, per eliminare la parte dura della pianta e lasciare solo le foglie morbide e le cime. Dopo un’abbondante lavata si lascia sgocciolare la  verdura pulita, mentre in un tegame ampio si soffrigge l’aglio con l’olio e il peperoncino. Una volta imbiondito (non bruciato) l’aglio, si aggiunge la verdura, si sala e si copre con coperchio, per far sì che le foglie si ammorbidiscano.  Si lascia cuocere a fuoco moderato, rigirando spesso la verdura. Si ultima la cottura senza il  coperchio, per far asciugare l’acqua che la verdura elimina man mano che appassisce. Ricordatevi di sentire sempre in ultimo il sale. Io infatti non esagero mai all’inizio della cottura, perché la verdura cuocendo si riduce di dimensione e si potrebbe esagerare nel salare.

I friarielli sono un ottimo contorno per la salsiccia e la carne in generale. Sulla pizza poi… provare per credere. Se volete provarli sulla pizza però, ricordate di asciugare bene la verdura, riponetela sulla pasta da pizza facendone uno strato compatto, poi aggiungete la salsiccia sbriciolata e se vi piace la mozzarella a pezzetti. Ah! Buon appetito.

Qui ci trovate una delle ricette possibili:

La Settimana Santa di Procida

Procida

Procida

In Campania la Settimana Santa è celebrata ovunque con suggestive processioni e riti di antica tradizione. Si pensi ad esempio alle Processioni del Venerdì Santo che si svolgono nella penisola sorrentina.
Meno conosciuti, ma altrettanto suggestivi sono i riti della Settimana Santa di Procida, senza dubbio tra quelli più coinvolgenti e sentiti dalla popolazione, infatti vi partecipa almeno un terzo degli abitanti dell’isola.

La settimana comincia con la Domenica delle Palme, con i fedeli che si recano in chiesa con un rametto di ulivo che sarà poi benedetto dal parroco. Dopo la messa, il sacerdote conduce una processione e nel pomeriggio ci si reca al cimitero per portare ai defunti i rametti benedetti.

Il giovedì c’è la processione degli Apostoli incappucciati. I confratelli del Santissimo Sacramento, dopo il rito della Lavanda dei Piedi, si incappucciano e con una croce sulle spalle ed una corona di spine sulla testa, vanno in processione scortati da un centurione romano.

Il venerdì si svolge quella che è una delle più antiche tradizioni di Procida, la Processione del Venerdì Santo che risale addirittura al Seicento, con il corteo dei carri allegorici dei Misteri, che precedono le statue del Cristo Morto e dell’Addolorata, il baldacchino funebre e la banda musicale. Molto suggestivi sono proprio i Misteri, che  sono rappresentazioni plastiche di scene dal Vecchio Testamento e dal Vangelo, realizzati artigianalmente ogni anno dai procidani.

Per approfondire:

Partenopei, ovvero Napoletani

Castel dellOvo

Castel dell'Ovo, Napoli

Spesso i cittadini di Napoli vengono chiamati anche Partenopei.

Il motivo è da ricondurre all’antico mito di Partenope, una delle sirene che tentarono di ammaliare Ulisse col proprio canto: sconfitta dall’ingegnoso trucco dell’eroe omerico, la sirena si lasciò vagare in mare, sino ad approdare esausta sull’isolotto di Megaride (dove ora sorge il Castel dell’Ovo). Lì i primi greci, che giunsero nel golfo tra il IX e VII sec. a. C. , fondarono un insediamento abitato in onore della sirena Partenope, che ne assunse così il nome.
Con gli anni il villaggio Partenope si sviluppò espandendosi verso la collina di Pizzofalcone, proprio difronte all’isolotto di Megaride. Si pensò così di fondare un nuovo insediamento, più verso l’entroterra, dove la città si sarebbe potuta espandere al meglio. Fu così che nell’area dell’attuale centro storico fu fondata Neapolis (= città nuova, dal greco) , mentre il vecchio villaggio fu chiamato Palepolis (= città vecchia).

Approfondimenti:

La spiaggia di Meta di Sorrento

Feci questa foto oltre un decennio fa, usando una compattina a pellicola. La passai poi sul PC sette-otto anni fa, usando un vecchio scanner con porta SCSI.
L’ho rivista qualche giorno fa mentre catalogavo le ultime foto scaricate dalla mia attuale reflex digitale da 12 Megapixel.

Ed ora, mentre rileggo il testo di questo post, parole come rullino, pellicola, SCSI mi suonano strane, come appartenenti ad un’altra epoca, ad un altro secolo… appunto!

Barche sulla spiaggia di Meta di Sorrento

Barche sulla spiaggia di Meta di Sorrento

Il delicato ribelle

Vita e leggenda di “Ciccio” Cacozza, capopopolo pacifista nella Napoli post-unitaria

Trattandosi di anarchici, 
è bene che le loro storie
sopravvivano all’indifferenza
degli storiografi.
(Massimo Novelli, “Cavalieri del nulla”)

A coloro che si trovavano ad assistere alla seduta del 6 maggio 1923, nell’aula di Montecitorio, difficilmente sarà sfuggita la presenza sulle tribune di un uomo vestito in abito religioso, attento uditore della farsa che, com’era ormai divenuta consuetudine, avrebbe portato all’approvazione dell’ennesimo Regio Decreto del neonato regime fascista. Deputati per lo più, schiacciati sui banchi da un consenso imposto a suon di manganello dopo la Marcia su Roma, complici, o annoiate comparse di un potere monarchico indifferente. Fu in questo squallido scenario che, alzatosi dalla silente tribuna, il sacerdote sparpagliò per l’aula decine di fogli di carta. Erano volantini antifascisti.
Possiamo immaginarci corpulente guardie affrettarsi a bloccarlo, preparandosi per un conflitto a fuoco che non avverrà mai. L’uomo infatti, dopo aver lanciato per aria gli ultimi fogli si era rimesso disciplinatamente a sedere, attendendo con le mani alzate che i gendarmi lo portassero via, strattonandolo in malo modo. La scena si era svolta sotto gli occhi dei gerarchi, increduli per quell’affronto così plateale e sfacciato che, fino ad allora, non si era mai visto. L’incredulità si tramutò ben presto in ilarità, alla notizia che quell’uomo travestito da prete era in realtà Francesco Cacozza, classe 1857, capopopolo napoletano di inclinazione libertaria, non nuovo a singolari proteste non violente.
Erano anni ormai, infatti, che nelle grigie stanze del Casellario Politico Centrale giungevano da Napoli rapporti e segnalazioni a carico di questo ex capostazione, che in gioventù aveva rinunciato ad una brillante carriera nelle Ferrovie per abbracciare la causa anarchica, interpretandola in un modo tutto suo. La precisazione è d’obbligo, vista la straordinaria singolarità della figura di “Ciccio” Cacozza, un pacifista solitario e tenace fino all’inverosimile, tanto da indurre i suoi contemporanei a deriderlo come un ribelle da operetta, nemmeno che la dignità di oppositore si potesse appuntare al petto solamente di chi decideva di imbracciare un fucile. Tuttavia, all’epoca dei fatti, ciò era in qualche maniera addirittura comprensibile. Troppi anni separavano ancora Francesco Cacozza dal rivoluzionario concetto di lotta gandhiano, così che agli occhi dei più, la sua “delicata” ribellione ai governi risultava inadeguata, quasi ridicola.
Non così dovevano pensarla di lui nella sua Napoli, ed in special modo gli abitanti del Vasto o di Santa Lucia, di cui nel 1885 prese le parti, all’indomani dello “sventramento” del centro storico voluto dal governo Depretis per ripulire quei malsani quartieri plebei. Parteggiava suo modo, sciorinando tra i vicoli argomentati discorsi a favore del diritto alla casa e contro il caro pigioni che lo resero molto amato dal popolo e molto odiato dal governo.
Iniziò in questo modo per il giovane “Ciccio” un continuo entrare e uscire dalle peggiori gattabuie del Regno. Si faceva arrestare senza opporre reazione e scontava le pene con santa pazienza, per poi tornare testardamente a professare il suo pensiero alle folle, una volta rimesso in libertà. Vicoli e strade all’ombra del Vesuvio venivano così nuovamente trasformati in palcoscenico per le arringhe dell’inguaribile idealista Cacozza. “Scetateve guagliò”, sembrava voler dire dallo scanno di piazza Principe Umberto, su cui salì nel 1914 per protestare contro il governo Salandra. Ed il suo linguaggio suadente faceva breccia tra le mura dei bassi e delle dimore più umili, dove era ancora forte il trauma per la precipitosa unificazione alla casata Savoia, con il collasso improvviso che aveva portato l’antica capitale borbonica ad assoggettarsi ai capricci di una monarchia insensibile e distante, prima ancora che alle aberrazioni di una asfissiante dittatura. Un malessere cresciuto in special modo negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento, e che aveva portato non di rado ad interpretare l’utopia libertaria come risposta violenta alle prevaricazioni dei potenti. Ne è un celebre caso l’attentato fallito di Giovanni Passannante a re Umberto I, compiuto proprio a Napoli nel 1878.
Ma non era di certo questo il pensiero in cui si riconosceva il pacifico Cacozza, il quale invece di arrovellarsi nell’escogitare arditi attentati dinamitardi, preferiva impugnare penna e calamaio per scrivere lettere di protesta al giornale Roma, in cui si scagliava contro i metodi barbari e vigliacchi di chi fa di tutto per impedirmi di tirare innanzi onestamente la vita. Tutta colpa, a dirla come il buon “Ciccio”, “della sbirraglia” che non voleva saperne di lasciare in pace i cittadini che “hanno il torto di non avere una mente molto ortodossa”.
Cacozza lasciò alle righe il compito di trasmettere tutta la sua indignazione anche quando gli capitò di essere svegliato dalla polizia del Re, mentre dormiva tranquillamente in una casetta di Resina. Perquisito accuratamente, senza che venisse trovato in suo possesso nulla di offensivo, egli appuntò parole colme di sdegno per l’arroganza con la quale i “lor signori” avevano maleducatamente interrotto il suo sonno, senza nemmeno sentirsi in dovere di rivolgergli infine le dovute scuse.
La fama di brav’uomo di “Ciccio” Cacozza, diffusasi negli ambienti napoletani, fece sì che, con il moltiplicarsi dei sui comizi, la polizia locale cominciasse a chiudere un occhio, evitando quando possibile di dover incarcerare ogni volta quell’anarchico tutto sommato inoffensivo che, si vociferava, fosse anche un po’ matto. Lontano da Napoli invece, gli toccò una sorte ben diversa. In seguito alla condanna per il lancio di volantini a Montecitorio, venne nuovamente incarcerato. Solo l’amnistia gli scansò la tremenda pena di rimanere segregato in una cella fino alla morte, così com’era già toccato all’istintivo Passannante. Ormai considerato un mezzo svitato e rilasciato con la promessa di non ripetere mai più azioni lesive della stabilità e del buon nome del regime mussoliniano, “Ciccio” tornò a vivere nella sua Napoli, dove intraprese il mestiere di giornalaio.
Il mondo esteriore sta ormai travolgendomi, ma io non me ne andrò senza un ultimo gesto di ribellione”, scriveva proprio in quegli anni Renzo Navatore, un altro noto alfiere del pensiero libertario, e così anche per Francesco Cacozza l’inevitabile saluto al mondo terreno coincise con la voglia di ribadire quanto sognato per tutta una vita. Nell’ultimo dei suoi volantini espresse con indomita fermezza il supremo desiderio di libertà che appartiene ad ogni essere umano, condito con il principio bakuniano di autodeterminazione dei popoli.
Più semplicemente, è stata l’instancabile predicazione alla fratellanza la sfumatura più straordinaria nel pensiero di questo dimenticato ed incredibile personaggio. Un ideale ribadito inutilmente fino alla morte in povertà dentro un ospizio, così come pareva essere crudele consuetudine per molte menti illuminate di quegli anni. Un’epoca sorda, dove l’arroganza dei sistemi totalitari si affacciava prepotentemente verso il culmine della sua più tragica degenerazione: le guerre, le leggi razziali, la Shoah.
Oggi, provando a mettere a fuoco la sua storia tra le nebbie del tempo, non possiamo non domandarci quale avvenire diverso ci sarebbe stato, quante lacrime si sarebbero potute risparmiare, se si fosse capito in tempo che la vera follia stava tutta da un’altra parte?
Sarebbe bastato dare il giusto peso alle parole pronunciate con entusiasmo, senza menzogna, da quel delicato ribelle.

Sorrento

Sorrento

C’è una bellezza in certi luoghi del nostro paese che sembra irreale, sovrannaturale, fissa nel tempo.
Si tratta di luoghi magici, dove la natura è uno scenario perfetto per sognare, rilassarsi, trarre ispirazione.
Sorrento è uno di questi luoghi. Da sempre artisti e poeti ne hanno subito il fascino, testimoniando nelle loro opere le suggestioni che ne avevano ricevuto. Ho fatto qualche ricerca e ho scoperto che per esempio tanti versi antichi e moderni sono stati dedicati alla città di Sorrento che diede i natali all’inquieto poeta Torquato Tasso.
Anche io ho sempre subito il fascino di questo luogo, ogni volta in modo diverso. Ho perfino, tempo fa, trascorso il primo giorno dell’anno in una Sorrento insolita, deserta, fredda e nebbiosa, ma pur sempre bella.
Ero con un gruppo di amici incappucciati e assonnati. La foto scattata quel giorno non è la stessa che ho messo qui. Ma il luogo, lo scorcio è lo stesso. Per rendere l’idea, poi ho invecchiato un po’ la foto.
Ecco, questa old Sorrento è la Sorrento nei miei ricordi.

Sorrento

Sorrento